Cerca in YouTube:

Loading...

mercoledì 30 dicembre 2015

“Milano città d’Acqua”

Il fascino del capoluogo lombardo in 150 immagini d’epoca, a Palazzo Morando in via sant’Andrea, che testimoniano l’importanza dell’acqua nella sua storia. La mostra “Milano, città d’acqua”, a cura di Stefano Galli,  è promossa da Comune di Milano, Servizio Musei Storici, con il contributo di Regione Lombardia. Oltre alle bellissime fotografie, provenienti da archivi, è presente materiale cartografico che attesta la ricchissima presenza di risorse 
idriche, come elemento cardine che ha determinato la prosperità e la fortuna storica dell’urbe. Si parte dalle cronache due-trecentesche di Bonvesin de la Riva e di Galvano Fiamma che descrivevano la città ambrosiana come ricca di rogge e canali lussureggianti e pescosi, disseminata di mulini. Si documenta inoltre il fondamentale ruolo assunto dall’acqua per la difesa militare della città, oltre che per la sua crescita economica ed industriale. Il denso percorso espositivo è corredato da sezioni dedicate a curiosità come la presenza di “Fonti miracolose”, il mistero dei battisteri e delle fontane 
ottagonali; la storia dell’Idroscalo, costruito per ospitare l’atterraggio degli idrovolanti. Un’altra interessante sezione è quella della Darsena, che per alcuni decenni, è stato l’ottavo porto italiano per traffico di merci. Altri curiosi aneddoti riportati sono quelle dell’uomo scafandro sul Naviglio Grande nel Settecento, le 
ragioni che hanno salvato l’Acquario Civico dalla demolizione. A conclusione del viaggio vi è un excursus storico sugli impianti di depurazione delle acque reflue: dalle “marcite”di epoca cistercense (sec. VIII-X) ai moderni impianti di Nosedo e San Rocco. L’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo del Corno ha dichiarato:”L’Acqua è stata in passato un elemento imprescindibile del paesaggio urbano ed è tornata protagonista di Milano grazie alla riapertura della Darsena, l’antico porto della Città. Con questa mostra restituiamo l’immagine di un passato a noi vicino e che potrebbe essere spunto di nuove prospettive per la Milano del Futuro”.
    Giuseppina Serafino

domenica 27 dicembre 2015

Racconto autobiografico: “Il mio presepe”

Il nostro Natale di umili emigranti del Sud , pareva quello della buffa famiglia di “Natale in Casa Cupiello” fatto di capitoni che sgusciavano per la casa e di frasi stereotipe “Fa fredd?”, “Eh… fa fredd!” pronunciate quasi per convincersi del contrario, in quel gelido abbaino del 5° piano in Porta Romana, mal riscaldato dalla varie stufette adoperate, diverse a seconda delle nostre fasi economiche : a kerosene,  carbone, o  legna delle cassette del mercato. Che gioia quel gusto dell’evento, assaporato con il piccolo dono dei commercianti del quartiere,
impietositi  forse dalla nostra  naturale espressione sofferta di   quattro “personaggi in cerca d’autore”: un  panettoncino o una bottiglia di marsala, che adesso  corroderebbe  lo stomaco, non più avvezzo a quelle cibarie dozzinali. Giorni e giorni di ansie per decidere il menù del 25:  pastasciutta con sugo di agnello e patate al forno, poche le varianti, anzi, nessuna. Ma ci sentivamo contenti  di indossare il vestito bello, di scambiarci un unico regalo, io ricevevo alternativamente un telefono di plastica o un piccolo pianoforte; la sorpresa consisteva ogni volta nel capire quale dei due sarebbe arrivato e di quale colore fosse.  Che importa, la fantasia mi proiettava  comunque in dimensioni di gioco ricche ed appaganti. Come quelle che vivevo quando un  vicino di casa ci regalò il suo presepe di statuine di gesso, che  sembrava l’epopea della nostra vita: pastori, con la bisaccia a tracolla che sorvegliavano il gregge nelle
pianure assolate di una terra d”origine poco generosa; tante donne con il fazzoletto sul capo che portavano secchi d’acqua o ceste, così come imponeva la tradizione di noi  gente meridionale. Facevano da corollario minute casette di cartone e animali da cortile, da far invidia alla fattoria di Nonna Papera e tutta una serie di infiltrati che accorrevano alla capanna non si sa bene a quale titolo, inseriti solo per fare numero. Più volte al giorno capitava di dover rimettere in piedi le statuine che nel folto muschio sintetico, cadevano a terra, non si sa se per la precaria base di appoggio o perché tramortiti da quel nostro  piatto ritmo di vita di semplice sussistenza. Ricordo di aver “medicato” una di queste, apponendo sulla mano sbrecciata  anziché lo scotch, merce troppo preziosa, un  cerotto che in qualche modo umanizzava quei  muti coinquilini.
 Ancora adesso sorrido quando mi capita fra le mani quel mutilato pastorello. E pensare che ogni anno li avvolgevamo meticolosamente  in carta di giornale, per poi accatastarli tutti alla rinfusa in un sacchettone della spesa, nel solaio, e ritrovarli integri, non si sa come, il Natale successivo. Colui che si affezionò maggiormente al presepe fu mio padre che ogni anno sollecitava i preparativi per l’allestimento, seguiva divertito le varie fasi  ma, soprattutto, trascorreva i suoi solitari pomeriggi, osservandolo, quasi si trattasse di una vera e propria rappresentazione teatrale. Riassaporando forse le fatiche agresti nelle masserie della sua amata Lucania, provvedeva  più volte al dì,  all’accensione delle lucette che illuminavano gli addobbi
natalizi, a guisa di un guardiano del faro o meglio, di una vestale  preposta al focolare del desco domestico. Ancora adesso mi chiedo come lui, o la casa non si sia “abbrustolita”, a causa del perpetrato abuso di corrente su quei materiali di bassa qualità.
Ora il presepe non mi capita più di allestirlo, ma ogni anno, la vigilia di Natale, mi reco al cimitero di Lambrate per portare una  statuina del Bambinello  sulla tomba dei miei genitori . Attraversando all’imbrunire i lunghi vialoni, osservo il cielo, tinto di rosso dal tramonto,  puntellato dagli scoppi dei petardi che preannunciano la gioia della condivisione  affettiva e della convivialità  a cui molti si preparano.  Che effetto, intuire  il  vero  sapore della festa, che non ho più provato dopo quell’infanzia povera  ma serena;  tornare a  casa, senza  aver più l’assillo festoso dei preparativi , in un ambiente freddo, e  non certo per le carenze strutturali  dell’abbaino di Porta Romana. Affrettando il passo fra quelle ombre scure,  che trasmettono  pace, mi scopro a bisbigliare a quei visi, che mi  guardano sorridenti dalle  foto delle lapidi: “Buon Natale”, mentre mi accorgo di far fatica  a trattenere un nodo che mi stringe la gola, e una lacrima, che chissà come mai, beffarda, vorrebbe solcarmi  impietosamente il viso.                                                                                
  

    Auguri da   Giuseppina Serafino

giovedì 24 dicembre 2015

“Ascolto il tuo cuore, città”

Un grande mostra monografica dedicata al fotografo milanese Gabriele Basilico, nella città in cui ha vissuto e lavorato fino al 2013. L’esposizione, in programma fino al 31 gennaio 2016, è presentata da UnicreditPavilion, lo spazio polifunzionale di piazza Gae Aulenti. Curata da Walter Guadagnini in collaborazione con Giovanna Calvenzi e lo studio Basilico,è un viaggio alla scoperta delle città, attraverso gli scatti, le video proiezioni, i filmati dell’artista. Il percorso della mostra è articolato in cinque sezioni: la serie Metropoli, un’amorevole ossessione per la città intesa come organismo vivente; Ritratti di fabbriche, uno dei cicli più celebri e influenti della fotografia italiana contemporanea; la serie dei Porti, concepita alla metà degli anni Ottanta. e Porta Nuova, l’ultimo lavoro di Basilico, dedicato all’area in cui si trova ora Unicredit Pavilion. L’allestimento si completa con la serie dedicata a Beirut, presente come slide-show.                            
Sono stati organizzati dei laboratori come “La luce e lo sguardo”: un viaggio attivo e creativo all’interno delle geometrie luminose di Gabriele Basilico per realizzare una relazione intensa tra il bambino, lo spazio, le immagini e le  emozioni. “Segn’orizzonte” è invece un racconto tracciato dallo sguardo dei bambini sulla linea di incontro tra luce e ombra nelle fotografie del sopracitato maestro. Cosa accade quando la città incontra il cielo? Cosa succede alle ombre quando si nascondono dietro le case? E’ quello che i piccoli visitatori possono scoprire giocando con la luce e seguendo l’orizzonte con un piccolo gesto sulla carta. Entrambi i progetti sono a cura dell’Associazione culturale Arkipelag. Il catalogo “In viaggio con Gabriele”, a cura di Emanuela Di Lallo, edito da Skira, consentirà di imparare e giocare sulle orme del grande fotografo. Un modo creativo per interagire con i segreti di quella che viene considerata la settima arte, viaggiando metaforicamente nelle  accattivanti suggestioni metropolitane.
                          Giuseppina Serafino
  

           

domenica 20 dicembre 2015

Appetitosa Valencia

Si conclude a Valencia un anno di successi con la prospettiva per il 2016 di un grande progetto che vede protagonista la Marina Real Juan Carlos I. Sono previsti due nuovi poli strategici dell’area. Il primo sarà il Veles e Vents: simbolo dell’edizione 2007 dell’America’s Cup, la struttura tornerà a nuova vita con ristoranti, spazi per mostre, performance artistiche e la celebre Escuela de Hosteleria Fundacion Cruzcampo di Heineken Spagna che occuperà un intero piano dell’edificio, dove si terrà il primo corso di laurea triennale in Scienze gastronomiche. L’obiettivo è quello di farla diventare il cuore pulsante della Marina Real e punto di riferimento per l’innovazione gastronomica della città. Al primo

piano si troverà il ristorante che esalterà i prodotti locali: paella, fideuà e pesce alla brace. All’ultimo piano, invece, si troverà il ristorante gourmet, fiore all’occhiello di Veles et Vents, con la direzione dello chef Jorge de Andrès, già chef del ristorante Vertical e genio creativo di fama internazionale.Una scommessa che punta principalmente sulla valorizzazione della cultura culinaria mediterranea, grazie alla grande esperienza del Grupo La Sucursal, da oltre 25 anni nel settore della ristorazione. Il secondo polo di attrazione sarà il Marina Beach Club, nuovo complesso balneare che punta a diventare il fulcro della movida in riva al mare.      
La struttura di 1500 mq dal design moderno e accattivante offrirà  occasioni di svago all’aria aperta e servizi all’avanguardia. Anche l’arte e la cultura giocheranno un ruolo importante poiché ad esse saranno dedicati oltre 1000 mq dove si svolgeranno festival fotografici, esposizioni e mostre ma anche performance di danza. Un ricco ventaglio di proposte per vivere in maniera ancora più coinvolgente il fascino della meravigliosa Valencia.
                    Giuseppina Serafino

giovedì 17 dicembre 2015

Paesaggio d’autore nelle Langhe

L’escursione inizia con una fitta nebbia che sale agli irti colli, in  quella che sarà una calda giornata novembrina  inneggiante alla vitale energia della leggendaria estate di San Martino. Ci si incammina fra profumi di vigneti e di frutti autunnali: cachi e melograni, che pendono come gioiosi trofei dai rami di alberi che si configurano come elementi di contrasto cromatico dinanzi ad uno sfondo patinato da acquerello d’autore.Paesaggi collinari  a metà strada tra le Alpi e il mare, resi celebri dalle pagine di autori come Pavese e Fenoglio, le Langhe sono  una zona del Piemonte situata a cavallo delle provincie di Cuneo e di Asti,  sono confinanti con altre regioni storiche come il Monferrato e il Roero. Risultano costituite da un esteso sistema di dolci pendii definito dal corso dei fiumi Tanaro, Belbo, Bormida di Millesimo e di Spigno. Borghi suggestivi  come La Morra, Alba Canelli, Santo Stefano Belbo Dogliani, San  Donato di Mango si ergono, con le loro rocche , a baluardo di una civiltà densa di valori e tradizioni secolari.
Si parte da quella che viene definita la capitale delle Langhe, Serralunga d’Alba, caratteristica località arroccata in cima ad una collina, ai piedi di un castello fiabesco. Percorrendo viottoli e strade sterrate in mezzo ad uno scenario intriso di colori accesi, fra la ordinata geometria di innumerevoli filari d’uva, ci si dirige verso Monforte d’Alba, passando per S.Bernardo e Collaretto. Rapiti dalla quiete innaturale che ci avvolge, scendiamo sul fondovalle percorso dal piccolo rio Talloria di Castiglione (m.300) per poi salire il bivio di Case Manera-frazione Le Coste (m.430) e raggiungere il Castello di Monforte, con un magnifico panorama che spazia sull’intero arco alpino nord-occidentale , dominato dall’inconfondibile massiccio del Monviso. Lungo un percorso  agevole, ci ritempriamo con la dolcezza del sapore dei piccoli grappoli di uva  rimasti sui vitigni nonostante la razzia della recente vendemmia, dopo circa tre ore di cammino, giungiamo a Barolo per la sosta pranzo a base di  formaggi  e salumi tipici. Piacevole la gimcana fra orde di turisti  a caccia di sapori autentici fra risotti al barolo, agnolotti del plin, dolci alle nocciole e pregiato “succo di Bacco”.
Una capatina al museo del Cavatappi e a quello del vino, in cui il visitatore può interagire con sofisticati meccanismi per immergersi in modo emozionale nella  affascinante cultura del vino.  Estasiati dai colori innaturali  che ci avvolgono, ci dirigiamo a  Grinzane Cavour , dove fervono i preliminari per l’attesissima asta mondiale  del tartufo. Incantevole anche qui lo scenario vitivinicolo circostante e il gusto di memoria storica che aleggia nel  Castello Museo presso il quale soggiornò, dal 1832 al 1849, Camillo Benso Cavour  e dove sono custodite preziose testimonianze di carattere etnografico.Si riparte per il rientro con il cuore denso di emozioni per quel turbinio di immagini oniriche che hanno accarezzato i nostri sguardi, felici per quel tripudio di sollecitazioni sensoriali che ci hanno inebriati, restituendoci il piacere della semplicità in un raffinato contesto paesaggistico di superba bellezza.
                                                                                                     Giuseppina Serafino


martedì 15 dicembre 2015

Top Mountain Crosspoint

E’ stato da poco inaugurato il Top Mountain Crosspoint: un edificio polifunzionale sul tetto delmondo.  Ubicato a Hochgurgl ai piedi del Passo Rombo a 2175 mt. di altitudine, all’estremità meridionale della Valle dell’Otzatal, tra il  Tirolo settentrionale e l’Alto Adige italiano, è stato progettato dal giovane architetto tirolese Michael Brotz. In una iconica architettura sono integrate le funzioni di  un elegante ristorante panoramico, la stazione di pedaggio stradale Timmelsjoch  e il Museo  più alto d’Europa. Il Top Mountain Motorcycle  Museum  si estende su una superficie di 2.600 mq ed il varo ufficiale è previsto per l’8 aprile 2016.  Si tratta di un progetto di grande valore tecnico e simbolico, frutto di un investimento che supera i 23 milioni di euro, voluto dai due fratelli gemelli, Alban e Attila Scheiber- già albergatori ad 
Obergurgl, proprietari di una scuola di sci e della scenografica strada alpina Timmelsjoch (Passo Rombo), grandi collezionisti di motociclette. Qui , nei pressi della più alta strada transfrontaliera d’Europa, una 
location affascinante e carico di significati, sono stati da loro raccolti 170 pezzi storici del mezzo di cui sono appassionati. Veri e propri gioielli che raccontano più di 100 anni di Storia della motocicletta.  Il Crosspoint ospita anche la stazione a valle della Kirchenkar, una cabinovia all’avanguardia della tecnica, con cabine per 10 persone che danno accesso  al comprensorio sciistico di Obergurgl, una delle più rinomate destinazioni sciistiche austriache.Chiamata anche “The Diamond of the Alps”, la regione vanta 110 chilometri di piste con 24 moderni impianti di risalita, tra cui il nuovo Kirchenkarbahn gondola (costruita da Doppelmayr) con una portata di 2400 persone. L’architetto M. Brotz ha pensato di strutturare l’edificio sopracitato in dialogo con le dolcezze del paesaggio circostante: -Ho pensato alle cornici di neve ondulate che circondano questo luogo. Ho voluto integrare l’edificio nel paesaggio incontaminato, anche per questo la scelta di materiali naturali è stata fondamentale.- “Tutto sotto lo stesso tetto” è lo slogan di tale poliedrica struttura con l’intera facciata in legno che si erge come un gigante che invita a sognare fra lo scintillio delle incontaminate distese montane.                        


                          Giuseppina Serafino

domenica 13 dicembre 2015

Albergo Diurno Venezia

A novant’anni dalla sua costruzione, l’Albergo DiurnoVenezia, nascosto nel sottosuolo di Piazza Oberdan a Milano, è stato reso visitabile dal FAI (Fondo Ambiente Italiano) con un ciclo di aperture straordinarie. A maggio il Comune di Milano aveva firmato con la sopracitata Associazione una convenzione per il recupero e la valorizzazione di quello che viene considerato un gioiello di Art  Déco, inaugurato nel 1926, su progetto di Piero Portaluppi.            



Si tratta di uno dei meglio conservati bagni diurni d’Italia e uno dei pochi a non aver subito modifiche strutturali, ospitava terme, negozi di barbiere, manicure, lavanderia e stireria, agenzia di viaggi e fotografo. Un luogo in cui si sono incrociate storie di milanesi e di viaggiatori,  che affascina per le originali decorazioni e per gli oggetti, ancora chiusi nelle vetrine, che rievocano la vita passata. Saranno intrapresi, in collaborazione con enti e istituzioni, studi e ricerche da cui si partirà per avviare un restauro che tenga conto, oltre che della preziosa architettura del bene, anche della originale vocazione funzionale, nella quale risiede la chiave per il suo prossimo utilizzo. E’ stata anche lanciata una campagna per la raccolta di documenti e testimonianze “Diurno Venezia. In cerca di memoria” attraverso la pagina Facebook FAI-Albergo Diurno Venezia. In pochi giorni si è registrato un grande successo di visitatori, desiderosi di accedere a un bene di inestimabile valore storico e artistico.


             Giuseppina Serafino